Ognuno di voi leggendo questo spaccato della mia vita professionale arriverà al punto di chiedersi semplicemente “perché lo hai fatto?”. Ho risposto per 4 anni ai mille perché con una semplice risposta che ora dedico anche a voi: “Perché ci sono… i ragazzi!!”
Ho vissuto quattro anni intesi in Turchia come capo allenatore, responsabile dello sviluppo e dell’attività di alto livello.
Il tutto è iniziato a gennaio del 2013 quando pagandomi un volo aereo per Izmir ho avuto l’onore di conoscere persone che hanno segnato per sempre la mia vita. A loro dirò sempre grazie per avermi messo un foglio davanti che mai mi pentirò di aver firmato.
Sicuramente ero conscio che la realtà turca, cosi come quella di molti paesi che si affacciano per la prima volta al triathlon di alto livello, era completamente diversa dalle “comode” realtà che si vivono nell’ovest Europeo, in Nord America, in Australia e Nuova Zelanda.
Ho sempre affrontato l’esperienza con il sorriso sulle labbra e con la determinazione necessaria per fare bene. Non ho mai pensato che “il non avere” potesse trasformarsi in un alibi ma anzi credevo e credo che ogni difficoltà rappresenti un’opportunità di crescita.
All’inizio dell’esperienza tutto è filato liscio e nonostante qualche progetto non andato in porto sono riuscito, grazie a dirigenti lungimiranti, a vincere resistenze consolidate nel tempo. Proporre uno sport come il triathlon in una nazione dove non esiste tradizione sportiva di alto livello nel nuoto nel ciclismo e in parte nella corsa non è cosa semplice, eppure in 4 anni i praticanti alle gare sono cresciuti del 300% con un numero considerevole di giovani al via. Per me un successo!!
Faccio l’allenatore e il mio lavoro in ogni angolo del mondo deve e sarà sempre misurato e valutato in termini di risultati, ma se le gare e i rank sono visibili a tutti, quello che sta dietro rimane troppe volte nascosto anche quando merita di essere raccontato.
Il raggiungimento di risultati di prestigio nello sport moderno deve partire da una programmazione ferrea e rigorosa che ha come denominatore comune l’allenamento, la performance agonistica e soprattutto la professionalità.
In questi anni ho sempre lavorato a livello tecnico da solo senza mai poter contare sull’appoggio e sul confronto con uno staff di riferimento. Io e i ragazzi impegnati nella qualificazione olimpica abbiamo girato il mondo sempre come una piccola comunità chiusa: nessun vice allenatore, nessun fisioterapista, nessun dottore, meccanico, dietologo, psicologo. In questi casi ognuno fa un po’ di tutto l’atleta fa anche il meccanico e il cuoco, l’allenatore diventa psicologo, dottore e anche…tour operator. I miei migliori collaboratori sono stati i coach personali dei ragazzi che sempre ringrazierò per avermi aiutato a non far mollare i ragazzi nei giorni più bui. Attorno a me ho avuto alcuni coach turchi che quando le è stata data la possibilità di aiutarmi mi sono stati vicino, bravi allenatori, bravi ragazzi, tanta volontà purtroppo ingabbiata nei confini nazionali.
L’allenamento, come detto, è alla base di tutto ma nella mia esperienza ho dovuto dimenticarmi di raduni collegiali in situazioni ottimali, stage in altura, test di valutazione funzionale, possibilità di crescita e confronto, dettagli che fanno la differenza. In momenti fondamentali come quelli che precedono gli ultimi mesi di preparazione olimpica gli atleti si sono allenati in camp autogestiti e autofinanziati dove il semplice controllo della condizione o del recupero da un infortunio è stato fatto dal sottoscritto a spese proprie (percorrendo in auto migliaia di km) e di conseguenza senza l’adeguata presenza e continuità.
Le trasferte agonistiche, dove ogni minimo dettaglio organizzativo può determinare il risultato finale, sono state spesso fonte di tensione che paradossalmente ci hanno aiutato a diventare una squadra, a crescere come gruppo e parimenti come singoli individui. Se in alcuni casi tutto è filato liscio e alla perfezione, non sono mancati voli prenotati all’ultimo, transfert assenti con conseguente viaggio verso l’hotel con bus o metro, hotel cercati dall’aeroporto di arrivo, spostamenti a piedi o noleggiando bici, iscrizioni da pagare e perfino notti in cui il letto era così piccolo che ho ceduto la mia parte di materasso all’atleta con cui dividevo la stanza prendendo per me coperta cuscino e pavimento. Ogni gara era davvero un’avventura che ci ha reso più forti.
Purtroppo, come potete capire, la nostra federazione ha vissuto nei due anni cruciali della qualificazione olimpica una grossa difficoltà economica. Ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con atleti capaci a non piangersi mai addosso e di fronte ad ogni difficoltà e ad ogni “adesso cosa facciamo?” abbiamo sempre risposto uniti allo stesso modo “adesso andiamo avanti!”. Non ci siamo curati degli stipendi arretrati (sono arrivato fino 12 mesi di ritardo) e dei rimborsi spese mai pagati, ci abbiamo sempre messo del nostro nel vero senso della parola. Nessun alibi, nessun rimpianto. Ringraziando e capendo sempre la federazione che ci aveva dato la possibilità di inseguire un sogno!! Personalmente se la federazione non ha potuto in certi momenti pagarmi di sicuro mi ha sempre ripagato, con un sorriso, con la fiducia, con quel modo di fare che mi ha fatto sentire vivo e importante! Grazie.
Per 4 anni mi sono sentito veramente turco al punto di investire per vedere il movimento crescere (mi chiedo quanti tecnici locali si sarebbero comportati come me…). Per me è stata un emozione ogni giornata in cui ho indossato la maglia rossa con scritto Turkyie. . Parallelamente a questa dedizione per la causa che ho sposato mi sono sentito sempre e molto Italiano perché rappresentavo la mia nazione all’estero. Per questo motivo mi sarebbe piaciuto stringere la mano a Rio al presidente del CONI Malagò, complimentandomi con lui per i risultati degli azzurri e parimenti facendogli sapere che non doveva essere solo orgoglioso dei risultati dell’Italia ma anche di quei tecnici azzurri che lavorando fuori confine esportano il made in italy come modello vincente. Purtroppo a Rio non ci sono andato, il presidente non l’ho incontrato ma qualche risultato di prestigio è stato portato a casa. (6 posto alle olimpiadi europee di Baku, un Mondiale aquathlon, un argento ai mondiali universitari, un 7 posto nella WTS di Stoccolma, le vittorie in gare continental cup, i giovani turchi pronti ad un roseo futuro).
Ora forse potete capire perché ho fatto tutto questo senza mai dire basta, forse potete capire che dietro a quella frase “perché…ci sono i ragazzi” si cela qualcosa di molto più serio e profondo… che suona più o meno cosi: “ho fatto tutto questo perché credo nei ragazzi, perché i ragazzi credono in me, perché si deve sempre dire grazie a chi ci ha dato un’opportunità, perché insieme abbiamo un sogno da raggiungere. In 4 anni viaggiando, lottando, combattendo, non arrendendoci mai siamo diventati uomini e donne più forti vincendo una gara più importante di ogni prova sportiva.”